Io e lo yoga: una storia di cuscini, cadute e rinascite
- Devi Ves Centro yoga
- 23 feb
- Tempo di lettura: 5 min

Sei mesi fa, se mi avessi chiesto cosa fosse il Kundalini yoga, ti avrei risposto con una faccia perplessa e forse — lo ammetto — con una battuta stupida. Yoga? Quella cosa dove ci si siede per terra con le gambe attorcigliate e si fa "mmmmm"? Sì, esatto. Questo ero io.
Non avevo mai messo piede in una sala yoga. Non avevo mai acquistato un tappetino. Non sapevo cosa fosse un asana, un pranayama, né tantomeno cosa si celasse dietro una parola come Kundalini. La mia vita era — è — quella di tutti: sveglia presto, lavoro, notifiche, traffico, crollo sul divano. Il tipo di esistenza che si misura in to-do list e messaggi non letti.
Poi ho incontrato Francesca.
Il caso (o forse no) che ha cambiato tutto
L'ho incontrata per caso, in uno di quei momenti in cui la vita ti mette davanti qualcuno senza che tu l'abbia cercato. Francesca gestisce Devī Ves, un centro a Muro Leccese (LE).
Non mi ha convinto con discorsi elaborati. Non mi ha sommerso di terminologie sanscrite. Mi ha semplicemente chiesto: "Come stai, davvero?"
I primi mesi: curiosità mista a scetticismo
Le prime settimane le ho passate a guardare, più che a fare. Francesca è paziente! Continuava a rispondermi alle domande, anche a quelle un po' stupide. "Ma serve essere flessibili?" "Ma ci si deve sedere per forza?" "Ma funziona davvero?"
Ho scoperto che lo yoga non è una ginnastica esotica, ma una tradizione millenaria nata in India, un sistema complesso che integra corpo, respiro e mente. Ho capito che esistono molte forme di yoga — Hatha, Vinyasa, Ashtanga — e poi c'è il Kundalini, che è tutt'altra cosa.
Il Kundalini yoga lavora su qualcosa di più profondo. L'idea, semplificando molto, è che in ognuno di noi esista una energia potenziale addormentata alla base della colonna vertebrale e che attraverso la pratica questa energia possa risvegliarsi, salire, trasformarsi in consapevolezza, chiarezza, vitalità. Non è misticismo fine a se stesso: è un sistema preciso, fatto di sequenze di movimenti, respirazioni specifiche, mantra, meditazioni.
Ho pensato: "Troppo."
La prima volta sul tappetino
Non dimenticherò mai la prima volta. Ero goffo, rigido, probabilmente ridicolo. Francesca mi ha guidato con la stessa naturalezza con cui si parla a un vecchio amico. Abbiamo iniziato con la respirazione — solo quello, respirare in modo consapevole. Sembra banale. Non lo è.
Ho scoperto che non respiravo. Cioè, ovviamente respiravo, altrimenti non sarei qui a scriverlo — ma non sentivo il respiro. Lo facevo in automatico, come tutto il resto della mia giornata.
Ma prima ancora c'è stato il momento — e qui devo essere onesto, anche a costo di fare ridere — in cui ho provato semplicemente a sedermi. Posizione facile, gambe incrociate, schiena dritta. Una cosa che fanno i bambini di tre anni senza pensarci. Bene: io cadevo indietro. Non una volta. Ogni volta. Come un birillo. La mia schiena non aveva nessuna intenzione di restare in verticale senza appoggiarsi a qualcosa, i miei fianchi non ruotavano, le mie gambe protestavano. Mi sono ritrovato sul tappetino a fissare il soffitto con un senso di sconfitta abbastanza epico.
È arrivata Emma.
Chi è Emma? Bella domanda — e sono sicuro che Francesca ve ne parlerà in modo molto più esaustivo in un altro articolo del blog. Quello che so io, per esperienza diretta, è che Emma mi ha fisicamente sollevato. Con due mani ferme e zero giudizio, mi ha rimesso in posizione come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ebbene si! È comparso un cuscino. Un cuscino di meditazione. Lo ha posizionato sotto di me all'improvviso la mia schiena era dritta (più o meno), i miei fianchi respiravano, e io ero seduto. Davvero seduto. Stabile.
Sì: nello yoga, oltre ai tappetini, esistono i cuscini. Per chi, come me, pensava che bastasse "sedersi per terra". I cuscini non sono un'ammissione di sconfitta — sono uno strumento, esattamente come lo sono le cinghie e i blocchi. Lo yoga non chiede un corpo perfetto. Chiede presenza. Gli strumenti pensano al resto.
La prima seduta è stata intensa: movimenti ripetuti, braccia alzate più a lungo di quanto pensassi possibile, il canto di un mantra che all'inizio mi imbarazzava e poi — quasi senza accorgermene — mi trascinava. Alla fine ci siamo sdraiati nella posizione del morto - credo che si chiami savasana - il rilassamento finale. E lì è successa una cosa strana: ho lievitato. Non so come spiegarlo altrimenti — il corpo abbandonato, pesante e leggero allo stesso tempo, come se il tappetino si fosse dissolto sotto di me e io stessi galleggiando in qualcosa di silenzioso. Per la prima volta in non so quanto tempo, non ero da nessuna parte. Ero solo lì.
Cosa ho imparato in questi mesi
Non sono diventato uno yogi. Non mi sono ritirato su una montagna.
Continuo ad vivere nel 2026 con traffico e messaggi non letti. Ma qualcosa, dentro, è cambiato.
Ho imparato che fermarsi non è perdere tempo.
In questa società che premia la velocità come virtù suprema, sedersi — letteralmente sedersi — e respirare, sentire il proprio corpo, osservare i propri pensieri senza esserne travolti, è un atto quasi rivoluzionario.
Ho imparato che il Kundalini yoga non è magia e non è fuga. È allenamento — allenamento dell'attenzione, della presenza, della capacità di essere qui adesso. È il contrario del multitasking permanente che chiamiamo vita moderna.
Ho imparato che Francesca e Devī Ves non vendono soluzioni. Offrono uno spazio, una guida, una comunità. Il lavoro lo fai tu — ma non sei solo.
Una cosa che voglio dirti
Se sei arrivato fin qui e non hai mai fatto yoga, se sei scettico, se pensi che non fa per te: ti capisco perfettamente. Ero identico a te.
Ma ti chiedo solo questo: la prossima volta che ti svegli stanco dopo una notte intera di sonno, la prossima volta che corri da un impegno all'altro senza mai davvero fermarti, la prossima volta che senti quella sottile sensazione di essere vissuto dalla vita invece di viverla — ricorda che esiste un'alternativa.
Non si chiama resa. Si chiama Kundalini yoga. Non firmo quest'articolo — non me ne vogliate. L'ho scritto e ho chiesto a Francesca di pubblicarlo, perché credo che là fuori ci siano molte persone come me: persone che non sanno cosa sia lo yoga, che magari sorridono un po' sentendo la parola "kundalini", che pensano non faccia per loro. Questo pezzo è per loro. Non è una testimonianza di trasformazione mistica. È solo il racconto di qualcuno che cadeva indietro sul tappetino e ha trovato, grazie a un cuscino e a due mani ferme, il coraggio di restare. Grazie

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